CAPINERA

sabato 12 maggio 2018
ore 21.00
TrentaTram Festival


liberamente ispirato al capolavoro di Giovanni Verga
di e con Rosy Bonfiglio
musica Angelo Vitaliano

C’era una volta… una fanciulla condannata alla monacazione da un destino familiare sfortunato. Non ancora compiuti i voti, durante l’epidemia di colèra che colpisce Catania alla fine del 1800, la giovane Maria torna temporaneamente in campagna, dalla sua famiglia: pochi mesi per scoprire cosa ci sia oltre i muri claustrali del convento, per affondare completamente nella natura con tutte le sue forme di vita, per animarsi del calore umano di affetti familiari, per prendere coscienza dell’impeto vitale di tutte le cose del mondo e della bellezza di goderne in piena libertà, come padroni assoluti del proprio tempo e del suo prezioso impiego. Pochi mesi per conoscere dolorosamente l’amore per un uomo, esplosione assoluta di impulsi sconosciuti e ingestibili per una piccola anima fragile e digiuna di esperienze, lacerata e annientata dalla potenza di quanto si configura come un desiderio sbagliato e proibito, un cancro, una orribile malattia che la porterà alla morte, una volta rientrata in convento. Mentre il colèra cessa di infierire su Catania, il morbo invincibile dell’amore-vita trascina la piccola capinera in una caduta libera verso la pazzia. Come una tragica Cenerentola, Maria sconta i soprusi di una matrigna gelida e indifferente, le debolezze di un padre troppo devoto alla moglie, le angherie di un destino che non perdona la libertà, piuttosto la condanna.

Nel metafisico spazio vuoto della scena, fuori dal tempo e da ogni connotazione realistica, vestita di fogli di lettere, come fossero ali di carta, Maria accoglie gli spettatori nella gabbia della sua mente. Qui, dove la troviamo a cullare la sua inseparabile gabbietta-cofanetto, in cui custodisce gelosamente la corrispondenza epistolare che andrà a “sfogliare” durante il monologo, si consuma nient’altro che una ennesima replica di un dramma che si ripete (come la costruzione circolare dello spettacolo svela alla fine). Maria, in un rapporto diretto con gli spettatori, condivide una sorta di confessione intima, in cui ripercorre tutti i passaggi della sua drammatica vicenda, in una parabola emotiva che dall’incontenibile gioia iniziale tracolla progressivamente in una disperata follia. Le luci e un tappeto musicale sinistro ed elettronico raccontano uno spazio che altro non è se non un’isola della memoria, che galleggia in un aldilà, chissà dove…

Decontestualizzata dalla tematica religiosa e dalla collocazione spazio-temporale verghiane, Maria incarna perfettamente un conflitto da tipica eroina tragica, pagando con la vita il prezzo della dolorosa scoperta del senso critico, inteso come coscienza, sguardo personale sulla realtà. Quale realtà? Quella che “le si schiude improvvisamente dinanzi” non appena, temporaneamente sciolta dalla clausura del convento, comprende la prodigiosa possibilità di essere libera: libera di apprezzare le gioie della vita, degli affetti, del creato, libera di fantasticare, sognare, amare, nutrire speranze, desideri, libera di comprendere cosa sia giusto o sbagliato, sgretolando – fino ad abbatterlo irrimediabilmente – un muro opprimente di convinzioni imposte dalla morale comune. Come un piccolo Edipo al femminile, Maria si mette in viaggio, seppur inconsapevolmente, alla ricerca della propria verità, scontrandosi con l’inevitabile dualità dei sentimenti umani e con la difficoltà di appropriarsi di una giovinezza fino a quel momento castrata e mortificata. “Vorrei essere bella come quello che sento dentro di me”.