DUST TO DUST

da giovedì 22 a domenica 25 marzo 2018
ore 21.00 (dal giovedì al sabato); ore 18.00 (domenica)
lo spettacolo era inizialmente previsto da giovedì 22 a domenica 25 febbraio 2018
durata:


di Robert Farquhar
traduzione di Massimiliano Farau
con Maria Grazia Pompei, Andrea Bonella, Stefano Patti
regia Guglielmo Guidi
produzione Gitiesse Artisti Riuniti
durata

“Polvere alla polvere” una pièce di drammaturgia contemporanea comica e toccante, in cui si aprono improvvise zone di malinconia e di tenerezza raccontate senza sentimentalismi. Una costruzione drammatica blindata, una sorta di poema per tre voci, dialoghi e monologhi incrociati, frasi lasciate in sospeso, in cui i tre eseguono una partitura verbale ed emotiva dal ritmo strepitoso. Ognuno emerge con il suo assolo per rientrare nell’ensemble in cui riescono a “dialogare” con effetti anche comici. Gli accadimenti di ogni singolo personaggio della pièce, si sviluppano in varie forme che si connettono tra loro simultaneamente, elaborando una molteplicità di significati e che permettono di rendere comprensibile, comunicabile e ricordabile il vissuto. La moderna drammaturgia, soprattutto il filone irlandese, con questo nuovo “straniamento” dona alle emozioni un mezzo potente, suggestivo e più efficace d’espressione. Si “mette ordine”, si dà un senso attivo agli avvenimenti. Il “vissuto umano” dei personaggi diviene esprimibile, semplice e può essere, appunto ricordato. Quello che sorprende di questi nuovi “storytellers” di cui Farquhar fa parte a buon diritto, sebbene inglese, è la continuità e poliedricità della loro scrittura drammaturgica: brevità fulminea delle battute, orecchio sensibilissimo per il ritmo della “lingua parlata” e sintonia immediata che riescono a stabilire con un pubblico giovanile. Raccontano storie che ti stupiscono, ti incantano, ti fanno ridere. Poi chiudono la porta e se ne vanno.

“La storia” che presentiamo è costruita, dall’autore, come una straordinaria e vertiginosa “jam session” verbale orchestrata su dialoghi-monologhi, comici e poetici che s’intrecciano tra loro. La vicenda, si sviluppa intorno al vissuto di tre, non più giovani amici, della Liverpool dei Beatles: …”erano gli anni settanta”… Un’esistenza precaria, la loro, divenuta una “normale” condizione di vita. Tutto ha inizio con la morte di Mick Finnegan. La notizia arriva improvvisa alla sua ex Moglie, Holly e ai suoi due amici Henry e Kevin. Mick bevitore compulsivo e velleitario musicista rock, è caduto dalle scale probabilmente ubriaco, ha battuto la testa ed è morto. Solo la sera prima era a sbronzarsi con gli amici al pub. I tre si ritrovano nel solito locale, il Bull’s Head. La scena del pub è realizzata da Farquhar con una tecnica incalzante da film d’azione. Gli amici stanno rendendo omaggio al morto con abbondanti bevute, ma arriva Holly per organizzare il funerale, ed è già molto sbronza di suo, perché ha scoperto che il dolore per quel bastardo del suo ex marito è insopportabile. Sotto gli occhi di Kev ingaggia una lite furibonda con Henry: una scazzottata emotiva, come la definisce il drammaturgo inglese. Lei accusa Henry di aver rovinato Mick ed essere responsabile della sua morte. Farquhar affida a Kev un personaggio bellissimo, giocato in minore. È uno quasi trasparente, non ha “carisma” dice Henry che fa il duro, ma invece è un nevrotico fragile come un bambino. Kev è l’amico di sempre, ha la mamma con l’alzheimer, forse non si sbronza come gli altri; anche se nessuno sembra ricordarsi che esista. Lui è lo spettatore/regista, il testimone, l’angelo custode. Il finale della commedia inizia dopo il funerale alquanto sgangherato e comico. Ed è un altro regalo di Kev che carica sulla sua vecchia Austin Holly ed Henry e con le ceneri di Mick punta verso la Scozia: il sogno di Mick, andare a vivere in quell’estremo lembo di terra prima dell’oceano atlantico. Parole, sentimenti, congedi s’intrecciano tra loro sotto un cielo che alterna sole e nuvole e ora staglia ora cancella le loro ombre.
“Cump’ il pan del prestín terún”. Giuseppe fa il pane, ama impastarlo e creare i suoi “figli” di farina e acqua; è panettiere da generazioni, figlio e nipote di emigranti calabresi in un nord