Aspettando che spiova, l’innovazione teatrale infrange la quarta parete con talento e ironia grazie a due assoluti talenti: d’Agostino e Credendino

Aspettando che spiova (la ventesima replica), spettacolo presentato da Casa del Contemporaneo, è una pièce scritta e diretta dallo stesso d’Agostino, che sfrutta tutte le potenzialità di un testo innovativo e interessante, che catapulta il pubblico in questa particolare storia. Due storie, due uomini con caratteristiche diametralmente opposte sotto lo stesso arco di un androne di un palazzo d’epoca. Due personaggi interpretati da due attori che interagiscono con il pubblico utilizzando la magia creata da un’atmosfera godibile ma disincantata. Una storia di amicizia tra un attore “ classico e tradizionale” che ostenta equilibrio e un altro “contemporaneo e d’avanguardia” imprigionato nel suo personaggio. Due attori che si “perderanno” in se stessi e che infrangeranno la quarta parete con talento e ironia. Il teatro che racconta il teatro attraverso un’operazione di sottile critica all’ambiente che si crea attorno a quest’arte. Una storia che, oltre al testo e a una regia impeccabile e indovinata, che presenta agli spettatori un ambiente tanto inquietante quanto realistico, può contare su due attori giovani e strepitosi. Gianluca d’Agostino, regista, autore e attore che può contare sulla sua presenza scenica e la sua tecnica elegante e lo strepitoso Luigi Credendino, ironico, criptico, paradossale e adorabile. Due mostri sacri della nutrita scuderia di talenti under 35 del palcoscenico partenopeo che hanno nell’ironia di classe il loro punto d’incontro più alto. Avrei pagato oro per assistere alle prove di quest’opera d’arte teatrale, ma quando si deve recensire, occorre anche soffrire e vedere il lavoro solo quando è ultimato e messo in scena. Un’opera d’arte resa tale da due artisti che non ostentano il proprio talento fuori dal palcoscenico, ma anzi, si fanno apprezzare anche e soprattutto per la loro umanità. Caratteristica che li rende due veri fuoriclasse da palcoscenico e non solo.
Mimmo Caiazza su Iamnaples

Aspettando che spiova: bloccati dall’acquazzone nei personaggi di una pièce

Lo spettacolo, scritto e diretto da Gianluca d’Agostino, vuole essere una denuncia del lato oscuro e degenere del teatro. No, questa volta non si tratta di una polemica che nasce dall’insoddisfazione lavorativa dell’uomo da palcoscenico, né dal mancato riconoscimento al valore di una prestazione attoriale o alle capacità registiche, né tanto meno del ruolo sociale dell’artista. Stavolta, al centro del palco c’è la trappola più subdola e insidiosa in cui possa cadere un attore: il rischio di essere risucchiato dal personaggio, di piombare nel vuoto della finzione, rimanendo incastrato nel ruolo che riveste. La realtà fuori dal palcoscenico diventa qualcosa di estraneo, di sconosciuto, di folle ed alienante; le storie, le più grandi storie mai raccontate, sono invece l’unica verità concepibile, un rifugio, una certezza, mentre l’esistenza di personaggi fuori dall’ordinario, da Otello ad Arlecchino, non sono più l’abito di un artista, ma la sua epidermide. Come lo raccontano Credendino e d’Agostino, con quei toni leggeri e sarcastici che caratterizzanoAspettando che spiova (la ventesima replica), il disagio pare quasi un paradosso, volto ad infrangere lo scudo impercettibile della quarta parete, quello scudo invisibile che si erge tra il pubblico e il palco ed è compromesso necessario per la resa tradizionale di una messa in scena. Ma nonostante le parentesi ludiche, che vertono divertenti sul gioco dei ruoli, dando vita ad un doppio piano narrativo su cui si svolgono due storie differenti (quelle dei personaggi da copione, e quelle dei teatranti inviluppati nella finzione delle storie che raccontano), è inevitabile per lo spettatore lo spunto riflessivo. E subito il pensiero si muove in direzione di quegli artisti rimasti vittima della finzione, casi rari, da enciclopedia, ma che fanno rabbrividire se solo ci si sofferma sulla veridicità degli eventi. Come non ricordare Vivien Leigh, affetta da bipolarismo ed altri disturbi, che negli ultimi anni della sua vita alla domanda “Come ti chiami?” rispondeva “Blanche DuBois”, storico personaggio femminili di Un Tram Chiamato Desiderio, che la Leigh interpretò sul palco 326 volte (più una sullo schermo). Non solo, è lo stesso d’Agostino a ricordare la vicenda di Raphael Schimacher, giovane attore di teatro morto qualche mese fa sulle scene, strangolato da una corda, mentre simulava un’impiccagione. A lui il regista dedica lo spettacolo: qui è la realtà inesorabile che squarcia la messa in scena, ricordando quanto verità e finzione siano due universi speculari, che si compiono nel medesimo istante, senza mai interferire l’una con l’altra, o almeno è così che dovrebbe essere. Grazie alla metafora dell’acquazzone, l’autore rende poeticamente l’idea della crisi dell’attore intrappolato nel ruolo, condizionato dai suoi personaggi, così come i due protagonisti sono costretti sotto il portico, da questo temporale di proporzioni bibliche a confrontarsi con loro stessi, ed a cercare una soluzione. Gianluca d’Agostino questa volta si confronta con una tematica molto delicata, ma profondamente sentita, almeno così dimostra in scena con il suo partner, Luigi Credendino: la sinergia tra i due è così forte che il pubblico non ha dubbi a riguardo, e la resa della messa in scena è supportata, oltre che da innegabile professionalità, da un entusiasmo giovanile ed ardito che distingue entrambi nell’attuale panorama teatrale partenopeo.
Monica Iacobucci su Spaccanpolionline

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